Agli ex conviventi spetta il mantenimento?

Come sappiamo, il matrimonio non è l’unico istituto che lega due persone. Il nostro ordinamento riconosce diversi tipi di unioni, tra cui le convivenze.

Vediamo insieme cosa succede alla fine di una convivenza e se ai due ex conviventi spetta un mantenimento.

La fine della convivenza

Partiamo con una piccola specifica, necessaria. Parlando di mantenimento, non ci riferiremo a quello destinato ai figli. La legge italiana equipara, infatti, i figli nati in costanza di matrimonio a quelli nati fuori dal matrimonio quindi, nel caso della fine di una convivenza, i due ex conviventi saranno tenuti al mantenimento, all’educazione e all’assistenza alla prole, esattamente come due ex coniugi. 

L’obbligo di mantenere la prole, come abbiamo già spiegato in un articolo precedente, permane solo fino al raggiungimento della stabilità e della indipendenza economica e non oltre. 

Ma veniamo ora al mantenimento oggetto della nostra analisi, e cioè quello che spetterebbe ad uno dei due ex conviventi in caso di scioglimento del legame sentimentale.

Il nostro ordinamento non prevede, purtroppo, alcun mantenimento in caso di fine della convivenza. Istituti come il mantenimento o come l’addebito in sede giudiziale, sono esclusivamente dedicati al matrimonio. Sono conseguenze esclusive del suo scioglimento.

A questo punto vi domanderete, è quindi tutto qui?

In realtà no, perché la legge ha previsto due particolari escamotage per vedersi riconoscere alcune somme alla fine della convivenza. Due soluzioni che devono, comunque, rispondere a determinate situazioni e requisiti. 

La prima è semplicemente, la stipula di un contratto di convivenza.

La seconda, invece, la previsione di un risarcimento in casi particolari. Vediamoli insieme.

agli ex conviventi spetta il mantenimento

Il contratto di convivenza

La prima soluzione fornita dalla legge è appunto la previsione di un contratto di convivenza, firmato da entrambe le parti. È questo un istituto introdotto dalla legge 76 del 2016, che riconosce le cosiddette coppie di fatto, riferendosi con questo termine ai conviventi e alle coppie conviventi dello stesso sesso. Una legge di civiltà che ha permesso di riconoscere nuove forme di unione e di regolamentarle.

Il contratto di convivenza non fa altro che definire, in forma scritta, i presupposti di quella coppia e contiene, innanzitutto, l’indicazione della residenza scelta dalla coppia, il regime patrimoniale scelto e le modalità di condivisione e di contribuzione per le esigenze familiari. Se lo ritengono opportuno, le due parti possono preventivamente accordarsi sull’eventuale mantenimento, con la conseguenza che tali disposizioni rimarranno valide anche alla fine della convivenza.

Nel caso in cui non fosse stato predisposto alcun accordo per il mantenimento, all’ex convivente, che versa in stato di bisogno, spetteranno i classici alimenti, che devono però essere proporzionati al periodo della convivenza e al reddito.

Come vedete quindi, è possibile accordarsi per un eventuale mantenimento ma la legge non lo ritiene un obbligo, è una libera scelta dei due interessati.

Il risarcimento in casi particolari

La nostra legge prevede, poi, la possibilità di richiedere un risarcimento, alla fine della convivenza ma solo per casi particolari. Il primo caso è quello della possibilità che durante il periodo di convivenza venga commesso un illecito, da uno dei due conviventi, nei confronti dell’altro. Si tratta di illeciti costituzionali (come privazione della libertà fondamentali) o di illeciti in campo penale (come i maltrattamenti, la diffamazione, le violenze ecc).

Questo risarcimento, però, non è direttamente collegato alla fine della relazione ma appunto ad un comportamento sanzionabile a prescindere.

Il secondo caso, invece, è più particolare e prevede l’ipotesi dell’Indebito Arricchimento. Lo dice la parola, è il caso del possibile arricchimento di uno dei due conviventi a scapito dell’altro.

Chiaramente, non si tratta di quell’obbligo di contribuire alla vita familiare, a seconda delle proprie possibilità, ma di una consistente ricchezza sottratta all’altro convivente. Pensate al caso della ristrutturazione di una casa, finanziata da uno solo dei conviventi. 

Per capire ancora meglio che cosa si intende, ci viene in aiuto una sentenza della cassazione molto recente, del giugno 2020, n. 11303, nella quale si legge:

“E’, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza.”

Come vedete, i principi a cui far riferimento sono quelli della proporzionalità e dell’adeguatezza della contribuzione. Se questo non avviene, è possibile chiedere un risarcimento.

Sperando di aver fatto chiarezza in una materia così scivolosa, vi ricordiamo come sempre l’importanza di rivolgersi ai professionisti del campo, che sapranno indicarvi le soluzioni più adeguate alla vostra storia.

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