Le Challenge Virtuali e la loro pericolosità sociale

Sono all’ordine del giorno. Circolano su whatsapp, sui social. Sono vere e proprie sfide a cui i nostri ragazzi si sottopongono quotidianamente. Si tratta di coraggio o vera e propria iniziazione? Vediamole insieme.

Cos’è una “challenge”?

Le chiamano “challenge”, perché diffuse in origine soprattutto nei paesi anglosassoni, e sono vere e proprie prove di coraggio riprese con gli smartphone e poi postate sui social, per raccogliere attenzioni e follower.

Gli esempi di queste sfide sono molteplici e, a volte, istruttivi.

Si va dalla cosiddetta challenge benefica, per raccogliere fondi o per informare su alcune tematiche, come per esempio la famosissima Ice Bucket Challenge, nella quale i protagonisti venivano colpiti da un getto di acqua ghiacciata per sensibilizzare i cittadini alla SLA.

Altre, invece, risultano altamente pericolose e, talvolta, assurde.

In un primo momento, queste sfide al limite dell’immaginabile, riguardavano l’ingerimento di sostanze pericolose come capsule di detersivo o interi barattoli di spezie. (Come la Tide pods challenge)

Ma qualcosa, nel tempo, è cambiato, e queste challenge virtuali sono diventate sempre più pericolose, per sé e per gli altri, spingendo un colosso come Youtube, che da sempre raccoglie video di ogni tipologia, a vietare la loro diffusione e la possibilità di postarle online.

Vediamo insieme le sfide più pericolose di cui i nostri ragazzi si rendono protagonisti.

Le Challenge virtuali più diffuse

L’ultima, in ordine cronologico, si chiama SkullBreaker, letteralmente “rompicranio”. Lanciata dal social Tik Tik, molto diffuso tra i giovani di casa nostra, prevede una sorta di sgambetto da fare ad un malcapitato, con l’unica conseguenza di fargli perdere l’equilibrio e battere la testa. In caso di cadute scomposte, i risultati potrebbero essere fatali. 

Questa sfida è stata preceduta da numerose sfide “fatali”, spesso balzate agli onori delle cronache. Dalla Bird Box Challenge che, imitando un famoso film horror, prevedeva che i partecipanti camminassero in situazioni pericolose, come l’attraversamento della strada, ad occhi bendati.

Altre sfide, come la EyeBalling, prevedono l’esagerazione di comportamenti già rischiosi, in questo caso legati all’alcol. In questa challenge i ragazzi versano volontariamente alcolici nei loro occhi, per uno sballo immediato.

Con la BlackOut Challenge, poi, i ragazzi provocano a se stessi o ad altri uno svenimento, privandosi dell’ossigeno per qualche minuto.

E poi ci sono le challenge che mettono in pericolo gli altri, gli sconosciuti. È questo il caso della Knock Out challenge, il ko, che mette al tappeto uno sconosciuto scelto a caso tra la folla, con un pugno e senza motivo.

La diffusione di queste sfide è il fattore più preoccupante. I ragazzi filmano questo tipo di condotte per poi postarle online. Non soltanto violando la legge ma raccogliendo proseliti e like.

Va da sé che certi comportamenti richiamano l’imitazione degli stessi. E una diffusione ancora più grave del fenomeno.

La Blue Whale

Caso particolare e molto dibattuto è quello della famosa “Blue whale”, la balena blu. 

Balzato agli onori delle cronache per alcuni servizi trasmessi nel nostro paese, ha avuto origine in Russia e prevedeva un gioco a “prove”, una vera e propria escalation di violenze che portava alla prova finale, il suicidio.

Senza entrare nei particolari scioccanti di questo macabro gioco, appare chiaro sin da subito quale sia il problema di questo tipo di prove di coraggio.

C’è sempre una persona, un fondatore, un amico, uno sconosciuto che ti spinge a provare, che ti spinge a farti del male. Ecco perché la rilevanza penale di queste condotte è sempre quella dell’Istigazione al suicidio (art 580 cod. pen.)

“Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.”

In queste prove c’è poi una buona influenza di un effetto psicologico, simile all’imitazione, chiamato Effetto Wherter o Effetto Copycat.

I suicidi chiamano altri suicidi, è ancora difficile per gli esperti spiegare il perché, ma pare evidente la responsabilità dei media e dell’allarmismo. Pubblicizzare questo tipo di condotte porta alla curiosità e all’emulazione. E i più colpiti da questo effetto sembrano essere i giovani.

Per i nostri ragazzi non è mai solo imitazione. A volte, è un vero e proprio rito

Queste prove spesso nascono in ambiente scolastico o nelle stanze virtuali frequentate dai ragazzi. Non si tratta solo di protagonismo, queste sfide hanno infatti molti punti di contatto con i riti di passaggio/iniziazione dei popoli antichi. 

Cosa si può fare?

Noi di Nemesis vorremmo consigliare ai genitori di tenere sempre gli occhi aperti e di considerare la vita virtuale dei propri figli come una vera e propria “seconda vita”.

Spesso i ragazzi non percepiscono il rischio come gli adulti. Attraversano la fase dell’onnipotenza, convincendosi che tutto sia possibile e per niente pericoloso.

Fate sempre attenzione all’influenza del gruppo e delle amicizie. Sembrerà banale ma è sufficiente considerare cambiamenti di amicizie, di frequentazioni, orari diversi dal solito o nuove abitudini. 

E se vostro figlio dimostra una qualche forma di disagio, provate ad analizzarla insieme a lui.

È molto facile cedere al fascino dell’ignoto e internet è il suo principale mezzo di diffusione. Per qualsiasi cosa che non vi risulti chiara chiedete agli insegnanti e se avete bisogno di un vero e proprio controllo sulla vita virtuale dei vostri figli, rivolgetevi a Nemesis.

Con i nostri esperti, sapremo valutare la situazione con discrezione e delicatezza.